SI FEST: un palco per giovani talenti

SI FEST:
Un palco
per giovani

talenti

“Il vero contenuto
di una fotografia è invisibile poiché
deriva da un gioco,
non con la forma, ma con il tempo.”John Berger


testo di Claudio Composti

montaggio e regia di  Nino Carè, Claudio Composti
 
con immagini di Silvia Bigi, Alessandra Calò, Francesca Catastini, Martina Cirese Bibi Fenara, Vittoria Gerardi, Nicola Lo Calzo, Michela Palermo, Claudia Petraroli, Marco Tagliafico

Durata 30'
 
 
In occasione del SI FEST 2019, il direttore Denis Curti mi ha dato una grande responsabilità: presentare una lista di nomi di giovani promesse della fotografia contemporanea, attraverso un breve video. La visione è naturalmente parziale e soggettiva, ma credo sia anche utile, al di là della scelta personale e professionale dei singoli autori, per dare uno spaccato della natura eterogenea della fotografia contemporanea e porre la vera domanda: a che punto è oggi la fotografia (d’autore)? Possiamo ancora restare fedeli al senso etimologico della parola, “scrittura con la luce”, o le nuove tecnologie hanno vanificato e stravolto il modo tradizionale di produrre e consumare immagini, arrivando a ciò che potremmo genericamente mettere sotto il nome di post-fotografia? Già nel 1935 il filosofo e critico tedesco Walter Benjamin (1892-1940), nel suo fondamentale saggio L’opera d’arte nell’era della riproducibilità tecnica, aveva affrontato il tema delle nuove tecniche usate per produrre, riprodurre e diffondere a livello di massa le opere d’arte: tecniche che cambiarono radicalmente l’atteggiamento verso l’arte, sia degli artisti sia del pubblico. Nel saggio Benjamin affrontò anche la questione del tempo, con riferimento alla fruibilità e all’unicità dell’opera d’arte: la riproduzione tecnicamente perfetta tipica della fotografia o del cinema modificò la relazione tra l’arte e lo spettatore, un tempo definita dal suo esistere solo hic et nunc (qui e ora) e dalla sua irriproducibilità. La nuova scoperta invece propose una fruizione diversa rispetto a quello tradizionale: la riproduzione fotografica e, ancor di più, l’avvento della tecnologia contemporanea consentono di “trasportare” l’opera d’arte in un contesto quotidiano di consumo reiterato e istantaneo, sottraendole quell’autenticità e quell’aura (cioè quel mistico valore immateriale che la rende unica e speciale) che ne costituiva nel passato la caratteristica fondamentale, l’essenza stessa dal punto di vista della fruizione, univoca e personale; una fruizione che si trasforma oggi in consumo di massa, con conseguenze dal forte valore sociale e politico e con un impatto devastante, anche per via della condivisione su scala globale.
Una fotografia condensa in sé una presenza/assenza. Ciò che è stato (lo spectrum per Barthes, o il fantasma del morto) è ora visibile pur senza essere presente. Un prodigio non solo tecnico. Berger parla di un “abisso tra il momento fotografato e il momento in cui si osserva la foto”. Due messaggi temporali contenuti nella fotografia: passato e presente. Per questo le immagini fotografiche sono paragonate alla memoria, perché isolano un istante nel tempo, impedendo che sia cancellato o sostituito da altri. Ma mentre un ricordo è il residuo di un vissuto preso in un flusso di tempo continuo, la fotografia astrae e isola un momento che di per sé non ha significato perché astratto da quel flusso temporale in cui è esistito. Entra così in una sorta di limbo, in cui non sarà mai presente e se ne completa il significato se solo chi guarda (o “legge”) quella fotografia “presta” una (sua) storia e un (suo) tempo. Il fotografo-autore attua un’unica scelta: l’istante in cui scattare. Le informazioni e gli eventi registrati di per sé non hanno significato completo se non nella misura in cui il lettore/fruitore proietta un suo passato e un suo futuro per decodificarli. Per questo Berger sostiene che le fotografie sono ambigue. Perché astratte da una continuità temporale. La questione del tempo in fotografia, dunque, è un tema fondamentale. Berger dice che l’organo del fotografo non è l’occhio, bensì il dito: è il quando decide di scattare (e cosa) che fa la differenza; in quel momento stesso, quella porzione di tempo arrestato – che corrisponde alla sua realtà – ne fa una scelta autoriale.
Quella personale visione del momento storico e del luogo è ciò che rende la fotografia menzognera, come diceva Rodin, rispetto alle altre arti. La fotografia infatti ferma il tempo, cosa impossibile nella realtà. Ed è ciò che il fotografo decide di scattare a farne una sua interpretazione. Nessuna fotografia è una verità assoluta del soggetto rappresentato. Quello che una fotografia non dice, specie nel fotogiornalismo, è cosa avreste fatto voi in quel preciso momento se foste stati lì: Eddie Adams, quando fotografò  la famosa esecuzione del Viet Cong in mezzo alla strada da parte del generale vietnamita filoamericano, non documentò solo un atto violento di per sé, ma condannò con quella foto il generale, di cui distrusse la vita (lo stesso Adams si suiciderà anni dopo). “Il generale uccise il Viet Cong; io uccisi il generale con la mia macchina fotografica. Tuttora le fotografie sono le armi più potenti del mondo. La gente crede loro, ma le fotografie mentono, anche senza essere manipolate. Sono soltanto metà della verità. La cosa che la fotografia non ha detto è: ‘Che cosa avreste fatto voi nei panni del generale, a quell’ora, in quel posto e in quel giorno caldo?’”.
Fred Ritchin, nel suo libro Dopo la fotografia, scrive di due categorie di fotografie: la fotografia-specchio (intesa come mezzo espressivo) e la fotografia-finestra (come mezzo esplorativo sul mondo). Un terzo genere di fotografia si apre oggi grazie al digitale: la fotografia- mosaico. Una sorta di ipertesto che permette di toccare varie tematiche partendo dal soggetto ritratto. La fotografia non è più dunque un rettangolo simile a un quadro, bensì un mosaico di tessere. Questo, come lo definisce Ritchin, è un passaggio epocale poiché crea una rete multimediale che si allontana dalla fotografia. I pixel che formano l’immagine digitale sono ognuno una porta verso altri media, che siano suoni, testi, link che a loro volta aprono altre connessioni a immagini e tematiche infinite, come una bambola russa. Questo legittima la considerazione che la fotografia oggi è portatrice di significati diversi, e non si può parlare di un’unica realtà. I suoi significati si aprono a diverse interpretazioni. Il digitale aumenta l’ambiguità della fotografia, nascondendo un sottotesto che rimanda ad altri link. Quindi, oggi a maggior ragione, registrare il visibile senza contestualizzarlo non è più accettabile, poiché la diffusione e la manipolazione si sono aperti: mentre la fotografia analogica richiede allo spettatore una certa distanza e un’assoluta attenzione in fase di lettura, la fotografia digitale grazie all’ipertesto invita a entrare nei dettagli, si smembra in una serie di sotto-immagini in cui ogni lettore decide se entrare. Cliccando sulla fotografia  di un carro armato, per esempio, si apriranno interviste
a politici o altre immagini di guerra, mentre cliccando sul bambino in basso a destra si scoprirà qualcosa sulla pedagogia o sul bambino stesso, e così via.


L’avvento del digitale in qualche modo ha creato un legame diretto tra autore e lettore, ancor più attivo e vitale rispetto a una fotografia analogica, bloccata in quel “lì e allora” che non si attualizza più al di là dello scatto. Negli ultimi decenni poi, la facilità di generare immagini con gli smartphone, oltre a rivoluzionare il significato della parola fotografia, ha infranto gli argini fisici della stampa trasformando il supporto cartaceo in app (Instagram), oggetto, video, installazione, libro. Solo l’azione attiva dell’autore consente una sorta di “rielaborazione”, nell’uso di strumenti come il video o il libro/zine, attraverso l’appropriazione di immagini del passato o di storie del vissuto personale. Per questo, oggi sempre più fotografi autoriali completano il loro progetto dandone forma di libro o di zine. È il caso delle artiste Silvia Bigi, Bibi Fenara, Alessandra Calò e Francesca Catastini; ed è il caso di Michela Palermo, il cui lavoro “prende forma” come lei stessa sostiene “in pubblicazioni dove il libro come dispositivo ristabilisce una visione, fatta di combinazioni e infinite possibilità di associazione”. Tuttavia, altri artisti restano ancora fedeli al negativo e alla stampa in camera oscura, pur utilizzando nella realizzazione fisica del loro lavoro materiali estranei alla sola stampa tradizionale. È il caso di Marco Tagliafico, che sceglie interventi in grafite e matita, o di Vittoria Gerardi, che nella serie Pompei inserisce le fotografie stampate in camera oscura all’interno di cubi di gesso, immobilizzandole come fece la lava con gli abitanti di Pompei. È l’azione attiva dello spettatore a decodificare nella sua complessità il messaggio univoco della fotografia. Quello spazio sottile che è l’interpretazione di una fotografia, infatti, è ciò che rende il fotografo un artista, diversamente da un fotografo che riproduce solo la realtà così com’è.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                           Ne troviamo conferma nelle parole di Silvia Bigi, che per il progetto The Color Therapy (2019) afferma:




Il colore è una delle questioni più complesse in fotografia. È chi guarda a rendere reale un colore, nell’interazione tra la sua visione, la sua stessa esistenza nel mondo e la realtà che ha di fronte. Fino al nostro quarto mese, infatti, siamo ciechi al colore: gli impulsi cromatici non sono ancora traducibili dal nostro cervello. Questo paradosso è il tema della mia ricerca: i colori sono codificabili, trasmissibili attraverso la presenza di un codice arbitrario, eppure ogni essere vivente li percepisce in modo unico, a seconda delle fasi della vita, della propria natura, del proprio sistema percettivo. E la fotografia, nonostante i grandi cambiamenti degli ultimi decenni, continua a far parte delle nostre esistenze, fermandone ogni istante. La nostra memoria è sensibile alle sue superfici e alle sue tonalità, a volte più che alla realtà stessa.
 
Dunque ogni realtà è suscettibile di interpretazione, sia da parte di chi la produce (fotografo/artista), sia da parte di chi la fruisce (spettatore).
Rientrando nella definizione di arte contemporanea, la fotografia autoriale risulta di difficile comprensione, perché esce dal formato del foglio per diventare scultura, concetto, opera d’arte, libro con un codice di comprensione che prevede una capacità di decrittazione culturale e visiva che non tutti hanno. Nel momento stesso in cui un fotografo diventa artista, usa il mezzo fotografico come espressione della sua ricerca concettuale. Si entra così in quel campo chiamato “arte contemporanea”, che ha regole ben precise di fruizione e decodificazione. Non basta più la semplice e diretta lettura dell’immagine (cosa vedo). Si aprono invece sottotesti densi di riferimenti concettuali, storici e culturali.
Come in un puzzle (la fotografia-mosaico) chi guarda può completare il significato della fotografia solo se è in grado di aprire i molteplici link ai quali l’immagine rimanda, riempiendo i vuoti di significato con l’emozione suscitata,  o grazie a un testo che ne spieghi l’origine e il significato, altrimenti nascosto ai più. Dato che usano il linguaggio dell’immagine fotografica – dotato di una potenza e di una capacità di comunicazione immediata rispetto alla scultura o al dipinto – i fotografi artisti devono essere responsabili e “generosi”: cioè, devono essere coerenti con il loro essere e devono saper comunicare ciò che hanno in testa, bilanciando estetica
e significato senza perdersi nella complessità teorica che si cela dietro l’installazione o l’immagine. Perché arrivi un significato allo spettatore, provvisto o meno di un ampio bagaglio culturale, estetica e messaggio devono
accompagnarsi. Se la percezione della realtà, come i colori, è soggettiva, esprime bene il concetto Vittoria Gerardi quando dice che con la sua fotografia cerca di “assorbire il mondo esterno in un alfabeto sensoriale, esplorando forme, materia e suono. Per la sua natura multiforme, la fotografia più di altre espressioni artistiche, soddisfa la sua ricerca per interpretare in nuovi linguaggi quella (sua) realtà che sta cercando”.
Questo è dunque l’intento del video e del festival: essere, come dice il titolo, un “palco per giovani talenti”, uno stage su cui presentare la propria visione del mondo attraverso media e supporti nuovi e inevitabili, che travalicano ormai la natura della fotografia come la conosciamo e come viene pensata e vissuta dal pubblico. Siamo tutti attori di un cambiamento epocale: non semplici testimoni passivi, ma promotori attivi e fruitori. Con un compito in più, per  i professionisti: quello di divulgare e difendere le nuove avanguardie, anche laddove non dovessero incontrare il nostro gusto o la nostra visione. Come deve essere un palco. Neutro. In attesa di vedere se questi talenti sono tali. Il tempo lo decreterà, con noi testimoni responsabili, per poter dire: noi c’eravamo, noi li abbiamo riconosciuti e aiutati a crescere.
 
Claudio Composti